ESOTERIK

Offertorio in legno e plexiglass
140 x 60 x 33
2011
 

Ho Lavorato partendo da un vecchio offertorio, rimettendo a punto la parte elettronica interna e sostituendo delle vecchie candele, con delle nuove in plexiglass appositamente create. Ho ricercato l’esoterismo espresso da Erik Satie nel proprio singolare e univoco credo. Le candele, sistemate in posizione ascendente, s’innalzano verso la doppia croce, simbolo de l’Eglise Métropolitaine d’Art de Jésus Conducteur. Quello che ho creato è un ovvio atto di fede nei confronti del Maestro.

Riccardo Toccacielo

Se devo essere discepolo di qualcuno non posso esserlo che di me stesso
— Erik Satie

Agli inizi del 1890 il Gran Maestro dell’Ordine dei Rosa+Croce, Sir Péladan, ascoltando Satie in una delle sue esecuzioni al cabaret dello Chat Noir, gli propone di entrar a far parte dell’Ordine come Gran Maestro di Cappella. Satie già studioso di dottrine e pratiche esoteriche e bisognoso di soldi, decide di accettare questo ruolo, anche se l’avventura non durò molto. E’ risaputo infatti che Sir Péladan amava Wagner, Satie non sopportando il compositore tedesco tendeva a portare avanti con il Gran Maestro un rapporto falso, non cristallino, ma spiccatamente ironico. Dopo essersi dissociato da Péladan e dai Rosa+Croce si avvicina al gruppo di Juls Bois, Satanista e fondatore della rivista Le Coeur, anche in questo caso,
l’esperienza avrà breve durata.
Per Satie non rimaneva altro che fondare una chiesa propria. “Se devo essere discepolo di qualcuno non posso esserlo che di me stesso” e cosi nel 1893 crea l’Eglise Métropolitaine d’Art de Jésus Conducteur. Una sorta di setta ma con un solo aderente, Satie.
Esiste una lettera di convocazione di una riunione scritta da Satie stesso inviata al suo indirizzo. Di madre protestante e di padre cattolico e anglofono, solo vicino alla morte iniziò a prendere la comunione. Stravinskij una mattina lo icontrò in chiesa e si sentì dire alla sua maniera particolare, “J’ai un peu communiqué ce matine”.

Adorava il Medioevo e il suo fervore, i quadri dei primitivi, le vecchie chiese gotiche e le loro pietre tombali, la vita dei Santi e le leggende cristiane.  Una delle prime opere significative di Erik Satie, Ogives , è stata composta durante lunghi pomeriggi trascorsi nella contemplazione delle volte ogivali di Notre Dame
— Contamine de Latour
Se Peladan chiedeva:
“Wagner avrebbe scritto questo accordo?”
Satie rispondeva:
“Ma certo, ma certo”,
ridendosela sotto i baffi
— Jean Cocteau

Colloquio con Aldo Ciccolini

L’aspetto sconcertante di Satie è stato sicuramente il suo universo. Non soltanto quello musicale, ma anche quello di essere umano. Ho avuto occasione di conoscere persone che lo hanno avvicinato intimamente come Poulenc o Sauguet, essi stessi, non possono vantarsi di conoscerlo, si procede per supposizioni. Era un solitario, è stato detto, che era un povero essere abbandonato, poco simpatico, che non è stato mai amato in vita sua. Credo che ricercasse la solitudine, volesse sentirsi un po’ esiliato; di qui le sue tendenze all’esoterismo assai marcate. Credo che fosse un grande iniziato e che quella che noi definiamo solitudine fosse una nozione che gli sfuggiva. Il ruolo di Sar Peladan è stato essenziale nel rapporto di iniziazione. ma penso anche che il suo essere và cercato soprattutto nelle filosofie e nelle dottrine che non hanno origine in europa. Sar Peladan ha avuto certo un suo ruolo. Ma Satie aveva fatto una scelta di povertà ed è là che a mio avviso bisogna ricercare la sua tendenza all’esoterismo. Curiosamente la sua musica spesso è costruita per gruppi di tre piccole composizioni, intendo dire che ci sono alcun cifre che ogni tanto affiorano come per esempio il numero tre. La scrittura in tre parti, tre linee musicali che si sovrappongono, mi pare che rappresentino una sua preoccupazione simbolica. Per tornare a Sar Peladan, potrebbe trattarsi di una sorta di enorme isteria, lo schermo per non dover parlare d’altro, una musica occulta, l’abuso di un titolo, i commenti che accompagnanole partiture, direi che esiste in lui il desiderio di deviare l’attenzione, di creare una rottura. D’altronde non tollerava assolutamente che i suoi commenti venissero letti in pubblico. Sicuramente la sua musica non somiglia a nessun’altra. Assolutamente irrazionale, vi è il gusto per i pezzi brevi che a mio avviso possono avere piuttosto un rapporto con il Giappone. Penso a certe sue piccole composizioni come a dei Nō giapponesi.

(L'idea non ha bisogno dell'arte - Auditorium - 2010)