KRESTY, to Anna Achmatova
 

Iron lamp - 2016
max extension height 300 cm
unique work


In the terrible years of the “Ežovščina” (period of Ežov) I spent seventeen months waiting in line, at Kresty, the prison of Leningrad. One day a man “recognized” me. Then a woman with lips blue, who stood behind me, and who certainly had never heard my name, awoke from the torpor to us all and asked me in the ear
( there, everyone spoke in whispers ) :

- But you can describe all of this?
And I said:
- I can.

Then a sort of smile slid to what had once been his face.

Anna Achmàtova Leningrado, April, 1 - 1957


 
Towards the end of the thirties, when Šklovskij wrote his book on Mayakovsky, the Achmàtova he was composing the Requiem.  These were the years of “Ežovščina”. After the assassination of Kirov, a series of sensational processes allowed Stalin to eliminate all opposition within the central Committee of the party. The persecution was not limited to leaders: every arrest caused other stops, each passing on the new accusations. In order not to be denounced, it is denounced. Authentic communists, and the people absolutely far from any political activities were getting crushed by the mechanism of repression indiscriminate.  You began to get suspicious of everyone, even close to home. The increasing need for labor is not remunerated in an increase in the ranks of the deportees. The regime was based on terror. There was a family in soviet, in which there was a relative, a friend tried. The judges had just enough time to scroll through the lists of the accused before issuing the judgment. And the sentence, often, it was a simple stroke of the pen.  By her first husband, the poet Nikolai Gumilëv, the founder of the acmeismo, from whom he had divorced in 1918, and which was shot for activities counter-revolutionary in 1921, Anna Achmàtova he had had a son. What you believe is guilty, is not known; perhaps it was enough only the last name from him led to the inclusion of the young Lev Nikolaevich, in one of the many lists of persons suspected of hostility to the regime  The 13 march 1938 he was arrested. He began to Anna Andrèevna the calvary of many mothers of the soviet union. The Achmàtova was hit in his affection more vivid: his only son. The doubt that through the son they wanted to actually punish her, not abandoned her, exacerbating her pain.  For seventeen months, in expectation of the judgment, the Achmàtova went to “Kresty” prison leningradese in which the son was imprisoned.  Kresty was built in 1892, thanks to the work of the inmates, following an architectural form to the individual crosses.  The immense row of relatives of the accused, in almost all women, snaked from an opening in the wall of the building in which they were allowed parcels each went. Sometimes we had to queue up for two days before we can get to the door. In the package there were 15 rubles (the family had to contribute to the maintenance of the prisoner). When the parcel was no longer accepted, this meant that the defendant had been shot.  Requiem is the story of this anguish, the lament for the insult to humanity  The poems of Requiem is the story of those first seventeen months that have elapsed since the Achmàtova in terror for the fate of his son, the echo of that void that he left in her condemnation. But not only this. the son was no more than another example: the “her” example. Without that chorus, which is the row of the other relatives waiting at the prison, without the background of those torments  Carlo Riccio  The poem is excerpted from "Poem without a Hero" by Anna Achmàtova - Einaudi Editore       ITALIAN  Ho pensato "Kresty" come ad un'alta, fredda, candela di metallo. Una "preghiera" accesa, lasciata in quei diciassette mesi, lungo quell'aspettare di speranze.  Verso la fine degli trenta, quando Šklovskij scrisse il suo libro su Majakovskij, l’Achmàtova componeva  Requiem.   Erano gli anni della “ Ežovščina”. Dopo l’assassinio di Kirov, una serie di clamorosi processi permise a Stalin di eliminare ogni opposizione in seno al Comitato centrale del partito. La persecuzione non si limitò ai dirigenti: ogni arresto provocava altri arresti, ogni delazione nuove delazioni. Per non essere denunciati, si denunciava. Autentici comunisti e persone assolutamente lontante da ogni attività politica fuorono stritolati da un meccanismo di repressione indiscriminata. Si cominciò a sospettare di tutti, persino del vicino di casa. Il bisogno sempre crescente di manodopera non remunerata ingrossava le schiere dei deportati. Il regime si reggeva sul terrore. Non ci fu famiglia sovietica in cui non vi fosse un parente, un amico processato. I giudici avevano appena il tempo di scorrere gli elenchi degli imputati prima di emettere la sentenza. E la sentenza, spesso, era un semplice tratto di penna.    Dal suo primo marito, il poeta Nikolaj  Gumilëv, fondatore dell’acmeismo, dal quale aveva divorziato nel 1918 e che era stato fucilato per attività controrivoluzionaria nel 1921, Anna Achmàtova aveva avuto un figlio. Di che cosa lo si ritenesse colpevole, non è noto; orse bastò solo il cognome da lui portato ad includere il giovane Lev  Nikolaevič, in una delle tante liste di persone sospette di ostilità al regime    Il 13 marzo 1938 egli venne arrestato. Cominciò anche per Anna Andrèevna il calvario di molte madri sovietiche. L’Achmàtova venne colpita nel suo affetto più vivo: il suo unico figlio. Il dubbio che attraverso il figlio avessero voluto in realtà punire lei non l’abbandonava, esacerbando la sua pena. Per diciassette mesi, in attesa della sentenza, l’Achmàtova si recò a “Kresty” il carcere leningradese in cui il figlio era imprigionato.     Kresty venne costruita nel 1892 grazie al lavoro degli stessi detenuti seguendo una forma architettonica di singole croci. L’immensa fila dei congiunti degli imputati, nella quasi totalità donne, si snodava da un’apertura del muro dell’edificio nella quale venivano accettati i pacchi che ciascuno recava. A volte capitava di dover fare la fila per due giorni di seguito prima di poter arrivare allo sportello. Nel pacco c’erano 15 rubli (i familiari dovevano contribuire al mantenimento del detenuto). Quando il pacco non veniva più accettato, ciò significava che l’imputato era stato fucilato.    Requiem   è il racconto di quest’angoscia, il lamento per quest’offesa all’umanità    Le poesie di   Requiem   sono la cronaca di quei primi diciassette mesi trascorsi dall’Achmàtova nel terrore per la sorte del figlio, l’eco di quel vuoto che lasciò in lei la condanna. Ma non solo questo. il figlio non era altro che un esempio: il “suo” esempio. Senza quel coro che è la fila degli altri congiunti in attesa presso la prigione, senza lo sfondo di quei tormenti     Carlo Riccio          No, non sotto un estraneo cielo, Non al riparo d’ali estranee: Ero allora col mio popolo, Là dove il mio popolo, per sventura, era.     Anna Achmàtova      In luogo di prefazione        Nei terribili anni della   “  Ežovščina” (periodo, regime di  Ežov)  ho trascorso diciassette mesi a fare la coda a Kresty, il carcere di Leningrado. Una volta un tale mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): - ma lei può descrivere tutto questo? E io dissi: - Posso. Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.   Anna Achmàtova  1° aprile 1957 – Leningrado           Dedica     Davanti a questa pena s’incurvano i monti,     Non scorre il grande fiume,    Ma tenaci sono i chiavistelli del carcere,     E dietro ad essi le “tane dell’ergastolo”    E una mortale angoscia.    Per chi spiri il vento fresco,    Per chi sia delizia il tramonto,    Noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,    Sentiamo solo l’odioso strider delle chiavi    E i passi pesanti dei soldati.    Ci si alzava come a una messa mattutina,     Si andava per la capitale abbandonata,    Là ci s’incontrava, più inanimate dei morti,     Il sole più in basso e più nebbiosa la Neva,     Ma la speranza canta sempre di lontano.    La condanna…E subito sgorgano le lagrime,     Ormai divisa da tutti,     Come se con dolore la vita dal cuore le strappassero.    Come se con rozzezza la rovesciassero indietro,     Ma cammina…Barcolla…Sola…    Dove sono ora le amiche occasionali    Di questi due miei anni maledetti?    Che appare loro nella bufera siberiana,     Che balugina nel disco lunare?    A loro invio il mio saluto d’addio.    No, non sono io, è qualcun altro che soffre.    Io non potrei esser così, ma quel che è successo    Neri drappi lo ricoprano,     E portino via le lanterne…                                   Notte.           La sentenza - 1939       Ed è caduta la parola di pietra     Sul mio petto ancor vivo.    Non è nulla, vi ero preparata,     Ne verrò a capo in qualche modo.     Ho molto da fare, oggi:    Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,     Bisogna che l’anima si pietrifichi,     Bisogna di nuovo imparare a vivere,    Se no…L’ardente stormire dell’estate,    Come una festa oltre la finestra.    Da tempo avevo presentito questo    Giorno radioso e la casa vuota.

Towards the end of the thirties, when Šklovskij wrote his book on Mayakovsky, the Achmàtova he was composing the Requiem.

These were the years of “Ežovščina”. After the assassination of Kirov, a series of sensational processes allowed Stalin to eliminate all opposition within the central Committee of the party. The persecution was not limited to leaders: every arrest caused other stops, each passing on the new accusations. In order not to be denounced, it is denounced. Authentic communists, and the people absolutely far from any political activities were getting crushed by the mechanism of repression indiscriminate.

You began to get suspicious of everyone, even close to home. The increasing need for labor is not remunerated in an increase in the ranks of the deportees. The regime was based on terror. There was a family in soviet, in which there was a relative, a friend tried. The judges had just enough time to scroll through the lists of the accused before issuing the judgment. And the sentence, often, it was a simple stroke of the pen.

By her first husband, the poet Nikolai Gumilëv, the founder of the acmeismo, from whom he had divorced in 1918, and which was shot for activities counter-revolutionary in 1921, Anna Achmàtova he had had a son. What you believe is guilty, is not known; perhaps it was enough only the last name from him led to the inclusion of the young Lev Nikolaevich, in one of the many lists of persons suspected of hostility to the regime

The 13 march 1938 he was arrested. He began to Anna Andrèevna the calvary of many mothers of the soviet union. The Achmàtova was hit in his affection more vivid: his only son.
The doubt that through the son they wanted to actually punish her, not abandoned her, exacerbating her pain.

For seventeen months, in expectation of the judgment, the Achmàtova went to “Kresty” prison leningradese in which the son was imprisoned.

Kresty was built in 1892, thanks to the work of the inmates, following an architectural form to the individual crosses.

The immense row of relatives of the accused, in almost all women, snaked from an opening in the wall of the building in which they were allowed parcels each went. Sometimes we had to queue up for two days before we can get to the door. In the package there were 15 rubles (the family had to contribute to the maintenance of the prisoner). When the parcel was no longer accepted, this meant that the defendant had been shot.

Requiem is the story of this anguish, the lament for the insult to humanity

The poems of Requiem is the story of those first seventeen months that have elapsed since the Achmàtova in terror for the fate of his son, the echo of that void that he left in her condemnation. But not only this. the son was no more than another example: the “her” example. Without that chorus, which is the row of the other relatives waiting at the prison, without the background of those torments

Carlo Riccio

The poem is excerpted from "Poem without a Hero" by Anna Achmàtova - Einaudi Editore

 


ITALIAN
Ho pensato "Kresty" come ad un'alta, fredda, candela di metallo.
Una "preghiera" accesa, lasciata in quei diciassette mesi, lungo quell'aspettare di speranze.

Verso la fine degli trenta, quando Šklovskij scrisse il suo libro su Majakovskij, l’Achmàtova componeva Requiem.

Erano gli anni della “Ežovščina”. Dopo l’assassinio di Kirov, una serie di clamorosi processi permise a Stalin di eliminare ogni opposizione in seno al Comitato centrale del partito. La persecuzione non si limitò ai dirigenti: ogni arresto provocava altri arresti, ogni delazione nuove delazioni. Per non essere denunciati, si denunciava. Autentici comunisti e persone assolutamente lontante da ogni attività politica fuorono stritolati da un meccanismo di repressione indiscriminata.
Si cominciò a sospettare di tutti, persino del vicino di casa. Il bisogno sempre crescente di manodopera non remunerata ingrossava le schiere dei deportati. Il regime si reggeva sul terrore. Non ci fu famiglia sovietica in cui non vi fosse un parente, un amico processato.
I giudici avevano appena il tempo di scorrere gli elenchi degli imputati prima di emettere la sentenza. E la sentenza, spesso, era un semplice tratto di penna.

Dal suo primo marito, il poeta Nikolaj Gumilëv, fondatore dell’acmeismo, dal quale aveva divorziato nel 1918 e che era stato fucilato per attività controrivoluzionaria nel 1921, Anna Achmàtova aveva avuto un figlio. Di che cosa lo si ritenesse colpevole, non è noto; orse bastò solo il cognome da lui portato ad includere il giovane Lev Nikolaevič, in una delle tante liste di persone sospette di ostilità al regime

Il 13 marzo 1938 egli venne arrestato. Cominciò anche per Anna Andrèevna il calvario di molte madri sovietiche. L’Achmàtova venne colpita nel suo affetto più vivo: il suo unico figlio.
Il dubbio che attraverso il figlio avessero voluto in realtà punire lei non l’abbandonava, esacerbando la sua pena.
Per diciassette mesi, in attesa della sentenza, l’Achmàtova si recò a “Kresty” il carcere leningradese in cui il figlio era imprigionato.

Kresty venne costruita nel 1892 grazie al lavoro degli stessi detenuti seguendo una forma architettonica di singole croci. L’immensa fila dei congiunti degli imputati, nella quasi totalità donne, si snodava da un’apertura del muro dell’edificio nella quale venivano accettati i pacchi che ciascuno recava. A volte capitava di dover fare la fila per due giorni di seguito prima di poter arrivare allo sportello. Nel pacco c’erano 15 rubli (i familiari dovevano contribuire al mantenimento del detenuto). Quando il pacco non veniva più accettato, ciò significava che l’imputato era stato fucilato.

Requiem è il racconto di quest’angoscia, il lamento per quest’offesa all’umanità

Le poesie di Requiem sono la cronaca di quei primi diciassette mesi trascorsi dall’Achmàtova nel terrore per la sorte del figlio, l’eco di quel vuoto che lasciò in lei la condanna. Ma non solo questo.
il figlio non era altro che un esempio: il “suo” esempio. Senza quel coro che è la fila degli altri congiunti in attesa presso la prigione, senza lo sfondo di quei tormenti

Carlo Riccio

 

No, non sotto un estraneo cielo,
Non al riparo d’ali estranee:
Ero allora col mio popolo,
Là dove il mio popolo, per sventura, era.

Anna Achmàtova

In luogo di prefazione

 

Nei terribili anni della Ežovščina” (periodo, regime di Ežov) ho trascorso diciassette mesi a fare la coda a Kresty, il carcere di Leningrado. Una volta un tale mi “riconobbe”.
Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
- ma lei può descrivere tutto questo?
E io dissi:
- Posso.
Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto.

Anna Achmàtova
1° aprile 1957 – Leningrado

 

 Dedica

Davanti a questa pena s’incurvano i monti,

Non scorre il grande fiume,

Ma tenaci sono i chiavistelli del carcere,

E dietro ad essi le “tane dell’ergastolo”

E una mortale angoscia.

Per chi spiri il vento fresco,

Per chi sia delizia il tramonto,

Noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,

Sentiamo solo l’odioso strider delle chiavi

E i passi pesanti dei soldati.

Ci si alzava come a una messa mattutina,

Si andava per la capitale abbandonata,

Là ci s’incontrava, più inanimate dei morti,

Il sole più in basso e più nebbiosa la Neva,

Ma la speranza canta sempre di lontano.

La condanna…E subito sgorgano le lagrime,

Ormai divisa da tutti,

Come se con dolore la vita dal cuore le strappassero.

Come se con rozzezza la rovesciassero indietro,

Ma cammina…Barcolla…Sola…

Dove sono ora le amiche occasionali

Di questi due miei anni maledetti?

Che appare loro nella bufera siberiana,

Che balugina nel disco lunare?

A loro invio il mio saluto d’addio.

No, non sono io, è qualcun altro che soffre.

Io non potrei esser così, ma quel che è successo

Neri drappi lo ricoprano,

E portino via le lanterne…

                               Notte.

 

 La sentenza - 1939
 

Ed è caduta la parola di pietra

Sul mio petto ancor vivo.

Non è nulla, vi ero preparata,

Ne verrò a capo in qualche modo. 

Ho molto da fare, oggi:

Bisogna uccidere fino in fondo la memoria,

Bisogna che l’anima si pietrifichi,

Bisogna di nuovo imparare a vivere,

Se no…L’ardente stormire dell’estate,

Come una festa oltre la finestra.

Da tempo avevo presentito questo

Giorno radioso e la casa vuota.