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PARADE
Legno
105 x 85 x 8
2010

 

Perché unicamente la realtà, anche mascherata, ha la virtù di commuovere
Jean Cocteau

 

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Parade è un balletto scritto da Cocteau per il soggetto, realizzato da Satie per la musica, da Picasso per le scene e i costumi, da Massine per la coreografia, e rappresentato dai Ballets Russes di Diaghilev, il 18 maggio del 1917 al Théâtre du Châtelet sotto la direzione di Ansermet.

Il programma di sala scritto da Apollinaire recitava:
Parade è un poema scenico che il musicista innovatore Erik Satie ha trasportato in una musica sorprendentemente espressiva, così nitida e così semplice che vi si può riconoscere lo spirito meravigliosamente lucido della Francia stessa. Il pittore cubista Picasso e il più audace dei coreografi, Léonide Massine, l’anno realizzato attuando per la prima volta quell’alleanza della pittura e della danza, della plastica e della musica che è il segno evidente dell’avvento di un’arte più completa. Da questa novella alleanza è risultato in Parade una specie di “surrealismo”, in cui io vedo il punto di partenza delle manifestazioni di questo Spirito Nuovo che trova oggi l’occasione di manifestarsi e che non mancherà di sedurre l’élite".

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Il titolo richiama alla consuetudine popolare settecentesca delle compagnie girovaghe di eseguire fuori dal baraccone pezzi del repertorio per invogliare il pubblico ad assistere ad uno spettacolo che, in questo caso, è un equivoco. Esaminando il canovaccio di Cocteau vi troviamo scritto:

La scena rappresenta le case di Parigi, una domenica.
Baraccone di periferia. Tre numeri di musica-hall fanno da parata.
Prestigiatore cinese.
Acrobati.
Ragazza americana.
Tre impresari mostruosi organizzano la réclame. Essi si comunicano nel loro linguaggio stravagante che il pubblico scambia la parata per lo spettacolo che ha luogo all’interno, e cercano rozzamente di farglielo capire.
Nessuno entra
Dopo l’ultimo numero della parata gli impresari estenuati crollano gli uni sugli altri.
Il cinese, gli acrobati e la ragazza escono dal teatro vuoto. Vedendo il supremo sforzo e la caduta degli impresari, cercano di spiegare a propria volta che lo spettacolo avviene all’interno.

Cocteau si ritiene il vero autore di Parade, in realtà il balletto gli è sfuggito di mano e paradossalmente ne sarà il cronista e lo storiografo.
Per ciò che concerne la parte pittorico-scenografica, sappiamo che Picasso aveva già dipinto molti acrobati e arlecchini nel suo periodo blu e rosa, ponendo l’accento sulla loro miseria: questa domina anche Parade.
Il pubblico accolse con fiducioso sollievo il grande sipario, cui facevano da sfondo la dolorosa ouverture di Satie. Si tratta di una grande composizione, lontana dalle tele cubiste, ispirata al mondo del circo, in un’atmosfera serena e tranquilla che rammenta gli arlecchini del periodo precubista di Picasso.
Nell’opera, Satie “organizzò il disordine”. La partitura semplice e stupenda dà risalto agli elementi poveri parallelamente a quanto fa Picasso per i costumi. Satie evoca i giocolieri di strada, ma li trasfigura innalzando il luogo comune su un piano elevato, quello dell’arte minuziosamente perfetta.
La semplicità della musica di Satie costituiva il filo conduttore e la scatola che il corpo doveva riempire in assoluto accordo con i costumi e le scene. Il senso di straniamento che doveva creare l’impostazione aveva come effetto paradossale il realismo dell’arte.
La Partitura di Parade è, da cima a fondo, un capolavoro d’architettura; e ciò non possono capirlo le orecchie abituate a melodie "romantiche".

L’opposizione di Erik Satie consiste in un ritorno alla semplicità: è, in definitiva, la sola opposizione possibile in un’epoca di estrema raffinatezza. La buona fede dei critici di Parade, i quali hanno creduto che l’orchestra fosse un putiferio di suoni, può spiegarsi solamente come un fenomeno di suggestione. La parola “cubismo” ripetuta a sproposito, ha loro suggerito l’idea di un certo tipo di musica.

Nel “Cinese”, nella “Piccola Americana, negli “Acrobati” sono espresse nostalgie fino ad oggi sconosciute, ed in termini di una assoluta lealtà: mai sortilegi, mai riprese, carezze equivoche, morbosità, miasmi. Mai Satie pesca nel torbido. E’ la poesia dell’infanzia raggiunta da un maestro di alta tecnica.

Per la maggior parte degli artisti, un’opera non può esser bella senza un intreccio di misticismo, di amore o di noia; il breve, il gaio, il triste senza idillio, sono sospetti. L’eleganza ipocrita del “Cinese”, la malinconia della “Fanciulla”, la stupidaggine commovente degli “Acrobati”, tutto ciò, rimasto lettera morta per il pubblico di Parade, sarebbe piaciuto se l’Acrobata avesse amato la fanciulla e fosse stato ucciso dal cinese geloso, ucciso, a sua volta, dalla moglie dell’acrobata, o se si fosse verificata una qualsiasi delle trentasei combinazioni drammatiche possibili.

Parade debutta Il 18 maggio 1917 allo Châtelet di Parigi. Fu uno “scandaloso” e fu replicato a Roma lo stesso anno

 “Alla prima dello spettacolo il pubblico manifestò il proprio dissenso gridando agli autori “boches” e “à Berlin”: le novità formali che Parade proponeva rispetto al tradizionale balletto francese vennero sentite, in quel difficile anno di guerra, come un tradimento, un gesto di disprezzo per il “valori” nazionali. Non a torto, in un certo senso: proprio la guerra aveva accelerato i tempi del normale processo di ricambio culturale, e molti erano allora a Parigi gli artisti variamente impegnati in uno sforzo di rinnovamento e ripensamento critico del passato”.  Corazzol

“1917: Prima rappresentazione ai Balletti russi di Parade di Erik Satie (scenografia e costumi di Picasso). Quest’opera bizzarra nasconde sotto le sue stravaganze reali bellezze, ed è soprattutto semplice, schietta e precisa. Sono appunto queste ultime qualità che ispirano ad alcuni giovani musicisti l’idea di farne una bandiera. Essi sono contro Wagner, contro Rimsky, contro Debussy; non vogliono più musica romantica o impressionista, né prolisse melodie che si perdono nel cielo, nelle armonie trasparenti. Hanno bisogno di una musica dai contorni precisi, che abbia i piedi ben piantati sulla terra e un buon accento francese, e anche di schietta marca montmartriana. Parade, che sembra scritta con un compasso e un tiralinee, rispondeva ai loro voti.” Roland De Candé

“In apparenza impassibile, Parade è sconvolgente per la sua interna tragica potenza. Né il brulichio della folla, né il suo calpestio vengono evocati. Delle musiche da fiera, Satie ha conservato soltanto le inflessioni caratteristiche: improvvisi scoppi degli ottoni (un suonatore di trombone è esattamente al centro del quadro già ricordato di Seurat), sorde interpunzioni della tuba, timbri pungenti del clarinetto piccolo, e quel modo caratteristico di aprire le forcelle (cioè di aumentare la sonorità) sul finire delle frasi.
Parade non è una musica da circo : essa ne disegna il ritratto”.  Paul Collaer e Eduardo Rescigno 

"Il processo a Parade toccò anche grandi vertici di comicità. Poiché un critico musicale, tale Poueigh, aveva pesantemente attaccato l'opera (di cui alla prima si era dichiarato entusiasta) scrivendo “è un’offesa per il gusto francese”, senza degnare di una sola parola la partitura. Satie per rappresaglia gli aveva inizialmente risposto “Signore lei non è che un culo, ma un culo senza musica” e poi ha cominciato a mandargli ogni giorno delle cartoline ingiuriose, perfidamente redatte in termini di una oscenità rivoltante. Al pensiero che la portinaia le leggesse e ne spettegolasse per tutto il quartiere Poueigh si sentì disonorato e querelò Satie. Quando il cancelliere del tribunale lesse l'atto d'accusa, nel dilemma tra pudore e verità optò per il compromesso di leggere tutto, ma pronunciando soltanto l'iniziale delle parole scandalose: ne derivò una straordinaria parata di tutte le lettere dell'alfabeto, incastonate in brevi frasi di una familiarità esasperante, che scatenò nel pubblico un'ilarità irrefrenabile. Difeso da Cocteau che urla in tribunale la stessa parolaccia per essere poi cacciato, Satie viene condannato ad otto giorni di prigione".  Raissa Maritain

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